"Della Traversata delle Alpi in aeroplano si parlava già da qualche tempo. "
Geo Chavez - Luciano Martini
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home >> dicono di noi >> Il picco glorioso  
Lo Scarpone
01/11/07
Direttissima con sorpresa
Nella preziosa collana “di monte in monte” delle Edizioni Tarara’ di Verbania fa la sua comparsa in questi giorni Il picco glorioso (119 pagine, 14 €), una antologia di ascensioni al Monte Disgrazia (m 3678) il cui versante settentrionale risulta il più imponente di una montagna tutta italiana quale è, appunto, il gigante sullo spartiacque tra Valtellina e Bregaglia. È su questo versante che si svolgono le avventure degli inglesi recuperate in quattro articoli pubblicati in “The Alpine Journal” tra il 1863 e il 1911. La raccolta curata da Giovanni Rossi con una prefazione glaciologica di Claudio Smiraglia, si completa con la traduzione di un brano tratto da Italian Alps di Douglas W. Freshfield, con ampi stralci di un articolo di Alfredo Corti in “Rivista mensile del CAI”, 1929 e con una relazione di Carlo Negri, indimenticabile direttore della scuola Parravicini di Milano, apparso sul bollettino CAI n. 78 (1946). È a quest’ultimo brano che si è voluto attingere in questa pagina per gentile concessione dell’editore. Al termine della direttissima compiuta con Fausto Rovelli alla parete nord, stravolto dalla fatica, l’illustre istruttore s’imbatte nei miseri resti di una cordata di alpinisti rendendosi conto ancora una volta come l’alpinismo sia anche ( e forse soprattutto) l’arte di sopravvivere. Buona lettura.

«Sono le 15; da oltre dieci ore lottiamo senza soste e, pur esausti, sulla vetta non ci soffermiamo a lungo. Un desiderio infinito di scendere al piano, un desiderio di riposo e di pace ci spinge nel fitto nevischio alla ricerca della via di discesa.
E, come due ombre tentennanti nell’infinito, ci avviamo verso il basso puntando in direzione della via Baroni, la via più semplice che conduce al ghiacciaio di Preda Rossa. Molti anni prima avevo corsa questa via in una giornata di sole, e quelle rocce mi erano sembrate facili, quasi banali, ma ora, con l’assoluta mancanza di visibilità, non mi ritrovo, tutto mi sembra diverso, la via complicata e difficile. Forse abbiamo deviato troppo a sinistra, verso l’impervio versante meridionale per nulla praticabile in quelle condizioni.
Uno squarcio di luce ci fa accorti del nostro errore e immediatamente poniamo rimedio superando una bastionata di roccia con un’aerea corda doppia che ci porta su una grande placca di rocce rossastre fatte lisce dall’erosione dell’acqua. Sotto lo scrosciare della tormenta seguiamo una lunga cengia dirigendoci verso la cresta sud-ovest, nei pressi della quale sostiamo per calmare l’arsura della nostra fatica. Mi chino sulla roccia e assorbo a grandi sorsi l’acqua gelida che veloce cade sul ballatoio soprastante, e sazio di fresche energie la mia carne arroventata. Soddisfatto da quel subitaneo sollievo, già mi appresto a riprendere il cammino quando il mio sguardo rimane fermo, quasi impietrito, su due occhi cavernosi, irrigiditi da un’immobilità assoluta. Due occhi vuoti che da tempo attendono invano uno sguardo pietoso di essere umano sfidando l’opera demolitrice del vento e del gelo. Ci avviciniamo quasi con timore a quel luogo di tragedia e restiamo muti dinnanzi a un quadro triste che rivela le conseguenze di un bivacco tremendo. Là, sulla soglia di un’ampia caverna, uno scheletro in parte ancora ricoperto dalle vestimenta, siede accanto al proprio sacco: il passamontagna ricopre il suo volto, e il braccio destro appoggiato alla roccia mostra ancora intatto l’orologio che ha segnato le ultime ore di una gelida odissea. Poco discosto, tre teschi e altre ossa calcificate, confuse con attrezzi da montagna, fanno viva la presenza di una cordata di alpinisti che diciassette anni or sono il monte ha trattenuto fra le sue gelide braccia in una giornata di bufera. Guide e alpinisti li cercarono a lungo frugando la montagna in ogni più piccolo anfratto e in ogni crepa dei ghiacciai sottostanti ma il ghiaccio con una spessa coltre aveva celato a quegli uomini la tomba dei loro compagni.
Superata l’emozione di quella macabra scena, innalziamo un ometto di pietra per indicare dalla cresta la posizione della caverna ghiacciata e, sotto l’infuriare della tormenta che sferza i nostri visi sfigurati dalla fatica, caliamo velocemente a valle.
A sera, mentre le ultime luci rischiarano la nostra via fra la ganda del ghiacciaio di Preda Rossa, raggiungiamo il Rifugio Ponti. Solo, sotto l’atrio d’ingresso, deposti il sacco e la piccozza, sosto qualche minuto con lo sguardo rivolto alla montagna. Ascolto il respiro lieve del vento tra le gole e i ghiacciai, e mi stupisco come non si possa immaginare un sonno più tranquillo per quelli che lassù riposano in un eterno luogo di pace.»
redazione Lo Scarpone
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