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| 01/09/00 anno XII n.36 - settembre-dicembre 2000 |
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ALBRECHT VON HALLER, LE ALPI UNA RIEDIZIONE IMPORTANTE |
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La Tararà Edizioni ha pubblicato nella collana di monte in monte il poema di Albrecht von Haller Le Alpi (con testo a fronte, a cura di Paolo Scotini e con una prefazione di Giorgio Cusatelli, Verbania 1999). Si tratta di un'operazione editoriale molto interessante, perché questo poema, ristampato ben undici volte tra il 1732 e il 1777, rappresenta per buona parte del Settecento tedesco quello che oggi definiremmo un libro cult. Nell'antitesi capanna / palazzo, uno dei fondamentali Leitmotiv delle quarantanove strofe, Haller intesse un elogio alla virtù degli alpigiani che vivono al riparo dalla corruzione dei costumi che imperversa nelle città, Parigi in testa, e che conducono, protetti dal mondo del lusso e della moda dalla barriera alpina, un'esistenza ancora conforme alla natura. È facile pensare che lo svizzero Haller precorra in questa esaltazione poetica dell'innocenza alpestre la polemica rousseauiana contro la decadenza morale del secolo dei lumi, ed è così, ma da una prospettiva essenzialmente diversa. Se il ginevrino Rousseau esordisce nel mondo culturale scagliando un anatema contro il progresso scientifico e tecnologico, Haller è ancora al di qua della dialettica dell'Illuminismo. Noto medico e botanico, egli vive ancora in una dimensione della scienza contemplativa e innocente, non compromessa da applicazioni che si ritorcono contro l'uomo. Lo sguardo di questo poeta-scienziato sulla natura è ancora filtrato dall'ottimismo illuministico, come sottolinea Paolo Scotini nel suo commento, notevole per completezza e chiarezza. «Ma chi muove il proprio spirito, affinato da arti e scienze, / Dall'ampio regno naturale verso la verità, in nessun luogo dove egli getterà lo sguardo sapiente / Una meraviglia non lo obbligherà a restare, a ricercare», si legge nella strofa XXXVIII, che mostra tutto lo stupore di chi cercando il vero è rapito dalla bellezza della natura e nemmeno pensa a profanarla reificandola.
Nelle quarantanove strofe del suo poema, Haller sviluppa una analisi etnico-antropologica delle popolazioni alpigiane, il cui stile di vita in armonia con il paesaggio montano non è affatto distante dagli ideali della moderna ecologia. L'età dell'oro è rievocata come un tempo di beatitudine «perché non si fondava sul superfluo la felicìtà dell'uomo: / L'oro non lo angustiava, e la necessità era la sua ricchezza» (vv. 2930, str. III). E nelle Alpi svizzere essa non è ancora tramontata. «Popolo felice e beato, sii grato alla sorte; / Che ti ha negato il superfluo, origine dei vizi; a chi è pago del proprio stato la povertà stessa / È mezzo alla felicità» (vv. 41-45, str. V), continua il poeta, che nelle virtù esemplari di contadini e pastori intende proporre una dimensione etica capace di resistere alla decadenza dilagante nelle nazioni europee a causa dell'egemonia culturale francese. Qui non si conosce «lo sfarzo dei principi» (v. 294, str. XXX), non si muore di fame e si è lontani dai «paradisi francesi» che producono «curvi mendicanti» (v. 297-298, str. XXX). Il discorso sulle Alpi è retto da un intento polemico preciso, che individua nella sfera tutta metropolitana e fondamentalmente ancora aristocratica del consumismo il germe del degrado morale. Il riferimento al declino dell'Impero Romano, interpretato come conseguenza di un raffinamento dei costumi (vv. 45-46, str. V), si giustifica nella contrapposizione, che regge l'intero poema, tra l'alpigiano virtuoso, felice e vigoroso e il cittadino depravato, depresso e malato: nella vita metropolitana «Al desiderio segue altro desiderio, / L'angoscia genera angoscia e nulla / È la vostra vita, se non un tremendo sopore» (vv. 468-470, str. XLVII).
Il motivo dell'opposizione tra palazzo e capanna, desunto dalla tradizione barocca, si carica di forti valenze autobiografiche nel poeta costretto a vedere nella sua Berna gli effetti dell'influsso culturale francese. Il poema, scritto nel 1729 dopo un viaggio che lo porta con Johannes Gessner dal 7 luglio fino a metà agosto 1728 da Basilea a Berna passando per Ginevra, il Vallese e Zurigo, si basa sul resoconto redatto durante il cammino dallo stesso Haller e riportato nell'edizione a cura di Paolo Scotini. Alcune pagine importanti del commento sono dedicate al motivo delle Alpi svizzere come cifra estetica e morale di un'ideologia della natura custode di una humanitas ancora intatta in cui l'anima «sensibile» del Settecento possa trovare riparo dai turbamenti dell'età moderna. Così il viandante del Grand Tour elvetico, oltre agli Idilli gessneriani e alla Nuova Eloisa rousseauiana, porterà con sé anche Le Alpi halleriane: «versi halleriani servirono da viatico ai turisti, scienziati o artisti nelle loro peregrinazioni per le montagne elvetiche, e passi del poema furono talvolta apposti a motto di resoconti di viaggio».
Si tratta insomma di un'opera fondamentale per capire quale fosse la portata ideologica del paesaggio svizzero in un secolo profondamente segnato dalla crescita esplosiva di quella Parigi che Louis Sébastien Mercier descriverà nel suo bellissimo Tableu de Paris (1781) , e di fronte alla quale gli intellettuali di lingua tedesca rimarranno atterriti. L'ideale svizzero avrà allora la valenza indiscussa di una alternativa ancora praticabile, almeno fino a quando Heinrich von Kleist narrerà in un terribile racconto - Il fidanzamento di Santo Domingo - del suicidio di Gustav von der Ried, abitante delle felici sponde del fiume Aar |
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| Stefania Sbarra |
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