| La Prealpina |
| 17/05/06 |
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| La Liberazione |
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Rimettere in discussione “una certa immagine di Cannobio che, come vorrebbero alcune testimonianze, viveva tranquillamente la propria sottomessa adesione al regime e all’occupazione”. Un’immagine che “andrebbe ripensata”. Questo si propone Erminio Ferrari in La Liberazione / Cannobio, agosto-settembre 1944 (Tararà, 14 euro). Un proposito, quello dell’autore cannobiese, ormai al suo decimo titolo, che inizia da una ricostruzione, mai così completa, del controverso episodio delle forche, tre piazzate sul lungolago il 26 agosto 1944, alle quali il 27 avrebbero dovuto essere appesi, a mo’ di esempio, 14 cannobiesi. Ricostruzione che rende, sì, onore al podestà Giovanni Reschigna, con le testimonianze della figlia Branca, di Carlo Gallotti, di altri testimoni vittime del rastrellamento tedesco che la scamparono grazie al netto rifiuto di scegliere quali cannobiesi impiccare offrendosi in cambio come ostaggio. Ma rimette in discussione l’aura di “bontà”, di assenza di fanatismo da parte di militari regolari, che l’episodio s’è portato dietro per quasi 62 anni. La tesi di Ferrari – supportata da testimonianze orali, citazioni bibliografiche e gornalistiche- è che la relativa moderazione del reparto della Wehrmacht non fosse del tutto spontanea ma indotta dalla consapevolezza che le bande dei “ribelli” erano forti e temibili, come dimostrarono di lì a poco, il 2 settembre, conquistando Cannobio.
Fondamentale ai fini della relativa mitezza della rappresaglia fu il ruolo svolto dal prevosto dell’epoca, don Bellorini, che indusse il soldato tedesco a testimoniare la casualità dello scontro tra partigiani e la pattuglia. Non del tutto spontaneamente, si intuisce dal tenore della testimonianza raccolta da Ferrari, secondo il quale don Bellorini “lo fece cantare”. L’episodio chiave, quello che scatenò la rappresaglia, viene riferito senza retorica citando il partigiano ferito nello scontro a fuoco, Sergio Cantaluppi: “Ad un certo punto eravamo alle Quattro Strade, abbiamo sentito qualcuno che salutava la ronda tedesca. Con noi c’era un russo, il Vladimir. Era davanti a me e gli ho chiesto: sai come si dice mani in alto in tedesco? Sì mi ha detto. Dai allora. Lui è saltato fuori e fa: mani in alto. In italiano. Sono scoppiato a ridere…”.
Una “umanità”, quella dei tedeschi, del resto molto relativa. L’epilogo è noto: in 40 presero la strada del campo di concentramento, in 14 non tornarono mai vivi. In memoria di quell’episodio, ogni 27 agosto, si celebra una messa di suffragio alla SS. Pietà. Per molti anni, le generazioni nate dopo la guerra non hanno mai saputo il perché. Il racconto dei testimoni ancora vivi, le citazioni bibliografiche e giornalistiche, l’integrazione con le fonti documentarie, il respiro del racconto sospeso tra storia e romanzo, avvicinano l’autore più che ai punti di riferimento di partenza (la lezione delle fonti orali appresa dall’autore di casa Teresio Valsesia) all’intreccio fra narrazione e storia con la S maiuscola, del Mario Rigoni Stern de “L’ultima partita a carte”. Passando per autori del territorio come Nino Chiovini, Gino Vermicelli e altri.
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| Mauro Rampinini |
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