"Oggi, mosso unicamente dalla curiosità di vedere un luogo famoso per la sua altezza, ho scalato il monte più alto di questa regione, che non a torto chiamano 'Ventoso'"
La lettera del Ventoso - Francesco Petrarca
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Belfagor
31/01/00 anno LV N°1, 31.1.2000, pag. 109-111
Le Alpi
Presso la casa editrice Tarara’ di Verbania è apparso, nell’ottima traduzione di Paolo Scotini, un vero e proprio gioiello della letteratura primosettecentesca in lingua tedesca: Die Alpen dello scienziato-poeta bernese Albrecht von Haller. Il poema fu composto nel 1729, allorché Haller aveva appena ventuno anni, e pubblicato nel 1732 nella raccolta Versuch Schweizerischer Gedichte (Saggio di poesie svizzere). Ispirato da un reale viaggio nelle Alpi compiuto da Haller nel 1728, il poema evoca le montagne quale maestoso scenario naturale all’interno del quale una comunità integra vive in prosperità, uguaglianza e virtù. Si avverte dietro Die Alpen il clima culturale che prepara la discussione e la ricezione nei paesi di lingua tedesca, in primo luogo in Svizzera, del Paradise Lost di Milton; dalla rappresentazione miltoniana del primo uomo che vive incorrotto in mezzo al creato trae nutrimento la riflessione sull’età dell’oro quale stato di grazia originario, al riparo dalla corruzione dei tempi e dei costumi. È il clima che rende la letteratura e la cultura svizzera tanto importante nel Settecento e che allinea nomi quali Haller, Gessner, Bodmer, Bretinger, Hirzel, Lavater, nonchè il ginevrino Rousseau.

Fino alla morte di Haller, nel 1777, apparvero ben dieci edizioni di Die Alpen, che ebbero successo e diffusione imponenti presso i contemporanei. Ancor prima della Nouvelle Héloise di Rousseau e degli idilli gessneriani, Die Alpen rappresentarono un vero e proprio vademecum poetico per generazioni di poeti sedotti dal fascino delle Alpi e dall’utopia di una comunità organica ‑ ora di semplici, ora di artisti, ora di eletti ‑, garanzia di libertà e sviluppo armonico.

In Der Frühling (La primavera) di Ewald von Kleist, Haller viene invocato affinché assista il poeta nella composizione poetica; Haller ha guidato i viaggi nelle Alpi degli Stürmer und Dränger, di Lavater, del giovane Goethe e del giovane Herder. Appare oggi indiscussa la tributarietà della rapsodia Die Erschaffung der Welt. Ein Traum in den Schweitzergebirgen dello sfortunato poeta Jakob Michael Reinhold Lenz da questa tradizione poetica di componimenti sulle Alpi inaugurata da Haller. A livello teorico Die Alpen hanno offerto fondamentali punti di discussione: intorno al poema si incentra la contesa fra la scuola gottschediana e quella zurighese legata a Bodmer e Breitinger riguardo alla nozione di fantastico e meraviglioso. Anche la filosofia berlinese (Nicolai e Mendelssohn) e l’estetica sentimentale (Sulzer e Hirschfeld) traggono spunti fondamentali dall’opera di Haller, mentre in opposizione a Haller si chiarisce l’estetica di Lessing nel Laokoon e di Schiller in Ueber naive und sentimentale Dichtung.

Negli anni quaranta e cinquanta del Settecento il poema era conosciuto a memoria e recitato in pubblico. La declamazione di versi halleriani divenne cemento della cultura sociale sentimentale basata sul culto dell’amicizia: si pensi alla quinta e alla sesta strofa dello Zürcher See (Il lago di Zurigo) di Klopstock, nelle quali l’evocazione delle cime delle Alpi argentee e innevate, libere finalmente dalle nubi, fa da cornice all’entusiasmo che accende i cuori dei giovani convenuti allorché una voce femminile ‑ la moglie di Hirzel ‑ ripete i versi della Doris halleriana.

La chiave di questo successo presso i contemporanei è da ravvisare senz’altro, come illustra encomiabilmente il curatore del testo, nella valenza archetipica del poema, basato sulla misurata contrapposizione, costruita mediante il ricorso a temi e motivi di grande attualità per il tempo, di categorie alternative quali libertà/costrizione, autenticità/artificiosità, naturalezza/cultura, moralità/civiltà, misura/lusso, virtù/vizio, operosità/ozio, utile/superfluo. Oltre però questa valenza che rimane, ripetiamo, primaria, e che colloca il poema halleriano in una linea che attraversa il Settecenro tedesco e che giunge, toccando la poesia romantica, fino alle Alpi hölderliniane, vi sono forse da ravvisare anche ulteriori ragioni, di natura storica, per l’assunzione di Haller a padre spirituale di intere generazioni di poeti tedeschi.

Haller fu una personalità dalle poliedriche sfaccettature. È passato alla storia della scienza come autore di indagini fondamentali sul sistema nervoso. Famoso il suo De partibus corporis humani sensibilibus et irritabilibus (1752‑1753), tradotto in francese da Simon‑André Tissot, nel quale veniva individuata una forza inerente alle fibre muscolari: la vis irritabilis ("irritabilità"), sorgente del movimento. Fu inoltre uno dei primi assertori della esistenza della "sensibilità" quale proprietà delle fibre nervose collegate con il centro cerebrale-cosciente. Haller si affermò come poeta con poemi didascalici in alessandrini, quali Ueber den Ursprung des Uebels (Sull’origine del male) o l’Unvollkommenes Gedicht über die Ewigkeit (Poesia imperfetta sull’eternità) e componimenti che palesano radici comuni con la cultura anacreontica e con la poesia idillico-pastorale, attraverso i quali esercitò grande influsso sulla formazione della poesia sentimentale. Fu inoltre autore di romanzi politici di successo: Usong, Alfred, Fabius und Cato.

Scienziato, medico, poeta, moralista, Haller è così rappresentante esemplare di quel primo Settecento versatile, ottimista e vitalista poichè auroralmente irraggiato dalla fiducia nella scienza e nella bontà della vita, e allo stesso tempo dolente perchè oscuramente presago dei lati oscuri del progresso e della vita stessa. “Ingegno!, inutile trastullo del sapiente, / Che conosce l’architettura dell’universo e muore / Ignoto a se stesso” (Le Alpi, ll). È per questo che molte delle contraddizioni che attraversano Die Alpen vengono risolte in maniera inconsapevolmente volontaristica, e diventano così lo strumento per esorcizzare gli spettri che si annidano nelle pieghe oscure della ragione. La struttura dell’“hortus conclusus” determina tematicamente e metricamente il poema: la felicità degli alpigiani è garantita dal recinto delle Alpi; le quarantanove strofe del poema, in cui si snodano le contrapposizioni, sono saldamente tenute insieme da quartine a rima alternata, serrate da distici a rima baciata. Condividiamo quindi l’affermazione di Paolo Scotini: “L’idillio arcadico [...] è [...] superato dal paesaggio halleriano” (121); tuttavia ci preme ricordare che Die Alpen, opera che reca molti tratti dell’estetica del sublime ed è imbevuta delle espansività che alimenteranno la cultura sentimentale, mantiene dell’idillio arcadico l’assunto di fondo, ovvero la convinzione che nella Storia non è data possibilità di sviluppo libero e armonico dell’individuo. Le Alpi, pur sondate con un sentimento della natura e del paesaggio per molti aspetti nuovo, rimangono il cinto giardino che preserva gli alpigiani dalla decadenza.

Il problema della giustificazione metafisica della esistenza viene trasposto in un problema morale, non più imperniato sulla alternativa fra bene e male, bensì ridotto all’opposizione recte vivere vs decadenza e corruzione. Poichè la virtù si concretizza in una particolare forma di socialità, appunto quella di cui le comunità alpigiane offrono il modello, ciò che il poeta esalta sono concreti esempi di vita (vedi in particolare le strofe dalla XII alla XVII, dedicate alla evocazione delle manifestazioni della vita collettiva e familiare). L’età dell’oro si identifica con le virtù degli alpigiani, non corrotti dallo spirito di avidità e di lussuria che contraddistingue la vita cittadina. La sufficienza della vita retta è anche sua sufficiente giustificazione in una assertita identità di moralità e mondo naturale, in cui è implicito l’invito ad adeguarsi a quest’ultimo.

In questo senso condividiamo l’opinione di Giorgio Cusatelli, autore della prefazione al libro, secondo il quale l’esaltazione della libertà “si proietta nella sfera metaforica dell’utopia e prende la direzione dell’esaltazione della natura rispetto alle forme della storia” (VI). Seppure anticipando in molti punti fondamentali la riflessione storico-politica sul concetto di nazione, l’evocazione halleriana della comunità organica, in cui è garantita ad ognuno dei membri la libertà, si nutre essenzialmente del recupero di posizioni, temi e motivi della tradizione classica (Virgilio, Orazio, Seneca e Epitteto), e tradisce così il proprio carattere regressivo. È altresí evidente la funzione compensatoria e sublimatrice assolta dalle Alpi halleriane, che diventano così documento esemplare della cultura in lingua tedesca del primo Settecento.

Grande merito del tradottore e curatore dell’edizione Paolo Scotini è l’aver scelto di rendere il poema in italiano con un linguaggio asciutto e moderno, con grande attenzione alla misura metrica. Vista la penuria in Italia di studi critici (dopo gli studi di Tonelli e Bevilacqua negli anni sessanta, si registrano solo gli studi più recenti di Desideri, Cetti-Marinoni, Cusatelli e Sechi), il curatore media intelligentemente il componimento con un esauriente commento al poema nonché un accurato apparato di note e bibliografico.

Una particolare nota di distinzione merita la collana “di monte in monte” della casa editrice Tararà, nella cui snella veste grafica sono già apparsi ritoli quali La lettera del Ventoso di Francesco Petrarca, il Mont Blanc di P. B. Shelley, Il monte delle anime di G. A. Bécquer, il Viaggio sul Monte Bianco di Chateaubriand. Attendiamo con impazienza Il mio monte di Robert Walser. Ci auguriamo che non si faccia troppo attendere.
Silvia Bonacchi
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