"Sì è vero, la Città è forse un'illusione perversa!"
La città e le montagne - J.M. Eça De Queiroz
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31/07/05
Alte montagne
Quasi un classico
Il libro ci offre l'occasione per l'incontro con la figura di Charles Francis Meade (1881-1975), alpinista e uomo di cultura inglese, ancora poco conosciuto in Italia, ma che ebbe anche con le nostre montagne un rapporto particolare; a tal proposito va ricordata la sua frequentazione con la guida alpina Pierre Blanc della Savoia e in Val d'Aosta con Alessio Brocherel che lo accompagnò in non poche escursioni. Ma in questa sede interessa soprattutto focalizzare la complessa visione della montagna che Meade elabora e che questo volume ci presenta.
Una visione, va premesso, non meramente geografica ma simbolica del paesaggio alpino, individuato come terreno per un'ascesi morale. In tal senso il libro deve essere annoverato in quel genere particolare di letteratura alpina dove si fondono geografia esteriore e interiore e i monti s'offrono come paradigma di un cammino di ascensione, di purificazione e di contemplazione della natura che ci avvicina al divino. L'"amante di montagna" (è questa la figura focalizzata da Meade, distinguendola dall'alpinista che ha con la montagna un confronto di genere agonistico) è imparentato con il contemplativo che getta lo sguardo sempre oltre la vista umana e s'avvicina al mistico nel quale avviene un "mutamento del cuore" (p. 90), uno stato particolare nel quale egli avverte una trasformazione rispetto a ciò che era prima. E' questo lo stato della conversione estetica (il lasciarsi penetrare dalla natura deponendo verso di essa ogni forma di volontà) e della conversione spirituale, ove per Meade, che fa sua la formulazione di Rudolf Otto, avviene l'incontro con il numinoso, inafferrabile e incomprensibile, enigmatico rispetto ad ogni pretesa umana. Ci viene quindi offerta una visione sacramentale della natura, di cui la montagna si svela come archetipo e che potrebbe essere letta anche come una forma di panteismo.
Tutto è vitale perché rifrange la vitalità di un principio che si incarna e si particolarizza nel microcosmo. Ci soni vari gradi e varie tonalità di questo misticismo che in qualche modo si integrano e si confondono; essi tuttavia richiedono un progressivo distanziarsi dell'io dalla propria centralità mediante quella che Meister Eckhart, ricordato da Meade, chiama "disattenzione" (p. 71). La coscienza di sé è disattenzione perché l'io si riconosce non nell'identità a se stesso, ma nel differenziarsi e distanziarsi da sé, quasi in una cancellazione.
Ecco perché la visione dell'alpinismo che Meade rischiara, è tutta rovesciata nella natura più che nell'uomo che la attraversa, per cui gli stessi mezzi tecnici di cui l'alpinista fa uso per l'esplorazione, non devono ferire la sacralità del paesaggio nel quale chiediamo di integrarci, come ospiti prudenti e miti, assecondando il criterio di ridurre al minimo le tracce del nostro passaggio. Riprendendo Plotino, Meade parla dell'azione come ombra della contemplazione, che però non è mai scissa dall'ambiente vivente, dalla natura mobile e reattiva che dipana la sua parola davanti a noi e in noi. Contro il "fissismo" di una certa idea della montagna, Meade recupera il principio del movimento perenne del paesaggio alpino che è sotteso alla sua presenza apparentemente identica e immobile. Delle montagne va detto che "esse non sono mai immobili. Anche quando non siamo noi la causa che esse appaiano e scompaiano cambiando il nostro punto di vista, facendo sì che picchi si innalzino, pareti di roccia girino come porti intorno ai cardini, e alture più basse scivolino giù invisibili nella valle; anche quando non ci offrono il loro splendido teatro topografico, mentre noi ci fermiamo, esse non smettono di muoversi"(p. 87, citazione di Vernon Lee fatta da Meade). Il mondo della montagna si pone quindi come uno sfondo archetipale che contiene le cifre costitutive dell'esistere come tensione e trascendenza, transito all'oltre al di là delle parvenze dell'identità e della permanenza con le quali il paesaggio alpino si epifanizza. Il suo presentarsi e de-presentarsi (cioè modificando la sua presenza) non è dissimile dall'animo umano e dalla varietà del suo esistere, aprirsi e chiudersi, velarsi e disvelarsi. Un libro quello di Meade che congiunge e impasta un'etica della montagna con una più vasta e radicale etica dell'esistere.
Roberto Taioli
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