E’ calda di stampa la seconda edizione, riveduta ed ampliata, di “Contrabbandieri Uomini e Bricolle tra Ossola, Ticino e Vallese” di Erminio Ferrari, edita da Tararà. Chi lo legge vi ritrova la pervicace volontà di preservare la memoria, di impedire che i testimoni si portino via irrimediabilmente i loro ricordi – quasi una missione per l’autore non far dimenticare - ma anche una ricostruzione storica frutto di un lavoro di ricerca negli archivi, tra i documenti.
Il contrabbando perché nasca e si sviluppi ha bisogno di una geografia particolare e di particolari condizioni: la geografia, “che non è solo un accidente fisico della terra”, è quella delle montagne dell’Ossola del Ticino e del Vallese, terre di frontiera dunque; e le condizioni sono state, da un lato all’altro del confine, di disponibilità e di richiesta, delle merci più disparate. Sulle spalle dei contrabbandieri passarono soprattutto, dall’inizio del secolo agli anni trenta, caffè, riso durante la seconda guerra, sigarette fino agli anni sessanta; ma anche copertoni salami biro pecore e ci tentò persino un maiale sfinito. Più che un reato è stato un bisogno. S’intrecciano e si leggono da un punto di vista insolito, che ribalta le convenzioni, i fatti raccontati sui libri di storia: l’istituzione delle dogane, che gli Ossolani non avevano mai avuto tra i piedi, l’introduzione di tasse e l’abrogazione di privilegi, che fino ad allora avevano fatto tirare il fiato a questa gente (il sale, il registro, la fondiaria), li obbligarono ad ingegnarsi a sbarcare il lunario; l’embargo contro l’invasione dell’Etiopia fece sì che il caffè, che da Genova arrivava in Svizzera su vagoni blindati, tornasse in Italia nelle bricolle dei contrabbandieri. Per i trasporti ingenti si organizzavano vere e proprie squadre, capeggiate da eroi barbuti e carismatici, come il Negus, che mai fu preso con le mani nel sacco. Nemmeno le donne rimasero indietro: lo raccontano fanciulle audaci dai seni gonfi e dalle sottane imbottite di riso, ora vecchine dallo sguardo limpido. Risorsa economica importante (“ha fatto venire grandi i figli”), questo contrabbando di fame e fatica, a fasi alterne, almeno fino alla fine degli anni sessanta, ha reso disponibili beni di prima necessità. Lo scopriamo radicato nel territorio e non solo nella storia, neanche troppo lontana, ma anche nell’indole di chi vive in prossimità di una frontiera: i ”banditi” un po’ sprovveduti, fuorilegge onesti che su sentieri impervi hanno interagito coi partigiani e salvato fuggiaschi spauriti (e disperati), hanno lasciato un’eredità e un debito di gratitudine. Dalla nostalgia di chi con quel sacco in spalla è stato giovane e forte (e doveva esserlo per scalare montagne, con trenta chili sulla schiena, e i finanzieri alle calcagna), si capisce però che la miseria non era mai l’unica molla: c’era anche lo spirito d’avventura, un desiderio di libertà e di rivalsa verso le regole e i limiti (i confini appunto).
Le vicende dei contrabbandieri ossolani si chiudono nel 1971, con la prima sentenza per contrabbando di stupefacenti. Finisce un’epoca.
Nella storia è dato di leggere il codice genetico dell’anima, ecco perché i viaggi a ritroso nel tempo fanno bene. Quelli di Erminio Ferrari sono in presa diretta. La sua forza evocativa, che non finisce di stupire anche chi la conosce già, continua a regalare belle emozioni: dalla sua ottima penna oltre a persone che diventano personaggi, anche personaggi vivi e vegeti, di carne ossa lacrime e risate. Così insieme a “Contrabbandieri” dell’autore di “Montagne di carta” e “In Valgranda”, vi consigliamo “Porporì, Zatopek, la banda e altre storie”. Narrativa. Mica barzellette.
E sappiano i nostri lettori voraci ma dal palato fino che il meglio deve ancora venire.
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