| La Regione |
| 13/09/05 |
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La storia Di Whymper, Carrel e altri strani tipi sulla via del Cerrvino |
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Il Cervino, ancora lui. Come se non si potesse fare a meno di quella totemica montagna. Polo magnetico degli alpinisti di mezzo mondo, lucroso gadget per un turismo e cervelli di massa. Splendida comunque, senza tante balle.
Il francese Sylvain Jouty, che di montagna scrive riscrive trascrive da lungo tempo, ci è tornato nel 2003 con un romanzo che ora le edizioni Tararà pubblicano nella collana “di monte in monte”, Il Cervino: romanzo di una conquista (pagg. 311 euro 24). La buona traduzione di Maurizio Citran (già traduttore di Maurice Chappaz nella stessa collana) inciampa frequentemente nell’inadeguata conoscenza delle terminologia alpinistica, ma non è così grave. Quello che conta è che la restituzione romanzesca degli anni che fecero da bagno di coltura a una delle più appassionanti vicende nella storia dell’alpinismo è una volta tanto riuscita, e bene. Un risultato non così frequente quando alpinismo e letteratura si incontrano (e non staremo qui a riesumare la vecchia tiritera “esiste la letteratura di montagna?”: no che non esiste, ma ogni tanto la letteratura va in montagna).
Jouty ritrae protagonisti (Edward Whymper e Jean Antoine Carrel) e comprimari immergendoli nello spirito del tempo, quando sul “più nobile scoglio d’Europa” convergevano ambizioni e manie individuali, non meno di velleità patriottarde, e di avveduti calcoli economici.
La “conquista” (allora si diceva così) e la tragedia che si consumò poche ore dopo fecero del 14 luglio 1865 una data topica nella storia dell’alpinismo. Conclusione e insieme avvio di un ciclo che a tutt’oggi non si è esaurito. La vicenda sociale di una montagna simbolo e i percorsi che hanno portato persone tanto diverse a disputarsela e poi a perdervi la vita (o a varcare definitivamente la propria “linea d’ombra”, come fu per Whymper) sono ancora una volta specchio e messa in scena delle passioni umane in condizioni estreme.
Di una storia tanto nota (almeno per i frequentatori del genere), Jouty è riuscito a fare una narrazione ancora viva e ricca. Prima che occhi nuovi lo guardassero, il Cervino era lì immobile e insignificante. Da “allora”, ha ragione Jouty, il Cervino “scolpisce il cielo” e lo sguardo di chi lo osserva ne viene trasformato. Per un momento, per sempre.
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| Erminio Ferrari |
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