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| 03/05/01 |
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| Il mio monte |
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Al momento di redarre queste brevi prose, Robert Walser attraversava un momento forte della sua esistenza: aveva lasciato Berlino nel 1913 e, a piedi, si era rifugiato in una mansarda dell'Hotel Blaues Kreutz di Biel, nella sua patria svizzera. Poteva dirsi un fallito, almeno dal punto di vista delle sue ambizioni letterarie, malgrado vantasse delle pubblicazioni presso delle case editrici rinomate. Così almeno sembra si ritenesse lui stesso, dato che per i successivi sette anni visse in un quasi assoluto isolamento, comunicando con il mondo soltanto attraverso i suoi scritti: brevi spazi concessi dalle riviste letterarie, oltre alla corrispondenza privata con la sorella Lisa e l'amica materna Lisa Mermet.
La sua nuova musa era "la passeggiata", dopo la quale egli si rintanava nella sua stanza per far rivivere sulla carta le emozioni che aveva provato in precedenza:
«Passeggiare (...), devo farlo assolutamente per rianimarmi e mantenere il contatto con il mondo, senza la partecipazione del quale non scriverei più una sola virgola, nemmeno una poesia, sia essa in versi o in prosa. Senza passeggiate sarei morto (...)». (citazione proposta dai curatori del volume, p. 73).
La passeggiata lo metteva in contatto con la natura, di cui ogni volta egli scopriva la bellezza ed in tutta semplicità se ne lasciava pervadere e trasportare:
«Di fronte ad un simile quadro egli si ricreava come ad una fonte di giovinezza. Trovò, scoprì se stesso ed era qualcuno». (v.: I Monti II, p.65).
Il grande problema che ci pone l'autore è l'essere autore di vere e proprie poesie in prosa. Per questa ragione, se proprio vogliamo fare un appunto ai curatori del volume, dobbiamo "lamentare" come l'interessantissimo commento sia posizionato in fondo al libro, mentre lo riteniamo uno strumento indispensabile per fornire al lettore la chiave interpretativa di tutta l'opera e perciò l'avremmo preferito proposto come prefazione o come una guida alla lettura per noi lettori medi, poco avvezzi alla poetica walseriana.
Lo sforzo effettuato della traduttrice ci appare enorme, come sempre succede a chi cerca di rendere in altra lingua il sottile piacere della poesia, ma ottima è stata la scelta di proporre a fronte anche il testo originale: persino chi, come lo scrivente, possiede della lingua tedesca solo vaghe nozioni, può ritrovare con facilità i passaggi chiave, ripeterne mentalmente i suoni ed immaginarli declamati con il pastoso accento svizzero-tedesco.
Il consiglio spicciolo che ci sentiamo di dare al lettore di questa breve opera (63 pagine in tutto) è di centellinare ogni frase, cercando di sognare ad occhi aperti, rifacendo così per proprio conto il percorso intellettuale ed emozionale che ha ispirato l'autore.
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