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La Stampa
28/04/98
In lotta per la libertà sulle montagne del Vco
Il ponte di Falmenta
Una testimonianza raccontata in prima persona che sconfina dalla tradizionale memorialistica resistenziale. L' avvocato tortonese Adriano Bianchi, comandante di compagnia della Brigata partigiana Generale Perotti, gravemente ferito in Ossola il 18 ottobre '44 e medaglia d'argento al valor militare, con «Il ponte di Falmenta» offre al lettore molto più di una fedele ricostruzione storica.Offre le emozioni di quei giorni, il senso delle scelte che hanno indotto un giovane militare del 38° fanteria, dopo 1'8 settembre a rifugiarsi in Svizzera. «Bisognava organizzarsi, distinguersi, opporsi» scrive Bianchi che nel viaggio attraverso la val Bognanco vide sfollare «ebrei, prigionieri fuggiti dai campi di concentramento, militari, borghesi».

Gli ideali di libertà, la voglia di distinguersi si ritrova nelle pagine che descrivono il ritorno in patria, il primo contatto con i partigiani in Valle Cannobina.

L' uccisione di una spia ad Olzeno non si presta a facili giustificazioni di parte: «Avevano rozzamente adottato la tecnica delle torture fasciste, imitato il rituale delle tante "ville tristi"». La stessa condanna si troverà quando, in occasione della battaglia di Falmenta, due partigiani vengono sorpresi con oggetti saccheggiati da alcune case.

Ed è ancora l'uomo, prima ancora del combattente, che emerge nel racconto di quel 18 ottobre 44, quando, Bianchi venne ferito ai Bagni di Craveggia. Già vedeva, insieme ai suoi partigiani, i soldati svizzeri a cui si sarebbero consegnati.

Un primo proiettile sparato da un marò della Decima Mas lo colpì al tallone destro, un altro alla gamba sinistra. Cadde, convinto di morire. Lo salvò l'amico Mario che, di notte, tornò a cercarlo.

«Quella prova-scrive il comandante della "Perotti"- concorse a generare una grande debolezza: l'incapacità di sopportare l'ostilità preconcetta e il disamore». E ancora una riflessione su quei giorni e il senso del 25 Aprile: «Le lunghe ore di valutazione del prezzo pagato, la necessità di riportare i risultati ai valori mi facevano più tollerante, non disposto al perdono politico, che confonde torto e ragione, ma interessato alla conciliazione, al nuovo patto di convivenza, alla costruzione del futuro piuttosto che alla vendetta, agli sfoghi che perpetuano il passato, invece di dargli sepoltura».
c. bo
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