"Oh, quanto dovremo impegnarci per avere sotto i piedi non una cima più elevata, bensì le passioni generate dagli istinti terreni."
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Annuario
01/01/04 2004, Sez. Valtellinese CAI, pp.166-168
'Alte Montagne' di Charles Francis Meade
Alte montagne
È facile per l'uomo non spirituale diventare possessivo di fronte a creature tanto attraenti quanto lo sono le montagne. E' l'alpinista soggiace con entusiasmo a questo vizio collezionando vette come trofei, nello spirito con cui i pellirosse collezionavano scalpi ".
"L'amore per le montagne è sotto certi aspetti paragonabile alla psicologia della passione sessuale e, in accordo con ciò, gli alpinisti possono essere classificati secondo le loro abitudini, con te promiscui oppure come monogamicamente, fedeli entro certi confini geografici. Questa analogia, non certo peregrina fa sorgere la domanda se il desiderio del possesso da parte di uno scalatore materialista abbia tendenza a soffocare qualsiasi amore per le montagne egli possa avere in se. La risposta è che il significato reale delle montagne è sempre nella loro funzione di simboli. Una volta capito questo diventa più facile evitare le estreme aberrazioni dell'alpinismo competitivo e possessivo, che comportano la nemesi della sazietà".
Queste due citazioni sono prese da un libro, pubblicato alla fine del 2004 dalle edizioni Tararà, con il patrocinio del Club Alpino Accademico Italiano, a cura di Giovanni Rossi, già presidente generale dell'associazione e redattore dell'Annuario C.A.A.I. Esse già introducono ai contenuti.
L'autore (1881-1975) è un alpinista inglese molto attivo sulle Alpi ed in Himalaya nei primi anni del 1900. Egli considera l'alpinismo una forma di misticismo della natura e, in questo libro, cerca di spiegare le cause, consce e inconsce, che generano nell'uomo i sentimenti molteplici che egli prova verso le montagne.
Nella prefazione, Luisa Bonesio nota come la sensazione che proviene dal testo è che 'l'autore si sia sentito tenuto a giustificare, di fronte ad un pubblico di alpinisti, la nobiltà e la profondità dell'amore per le montagne provato da chi alpinista non è".
Protagonista del libro è il "mountain lover", che può essere tradotto sia con "amante", sia con "innamorato" delle montagne, un personaggio animato da un sentimento che "pare più strettamente imparentato con la religione che con l'estetica". È un tipo di persona, in cui, penso, tutti i frequentatori della montagna, almeno in parte, possono riconoscersi. Non a caso ho usato il termine frequentatori, perché mi sembra giusto capire l'uomo che va sulle montagne, prima ancora che quel sentimento lo colga. All'inizio, la montagna si frequenta; solo dopo, tanto o poco dipende dal carattere e dalla sensibilità di ciascuno, nasce la spinta a non limitarsi alla contemplazione degli scenari, ma "a legarsi, mentalmente e fisicamente, mediante qualche attività materiale, all'ambiente di cui si sente il bisogno".
Le riflessioni di Meade nascono, è chiaro, dalla sua personale esperienza, ma cercano conferma in una numerosa serie di citazioni, tratte dai testi dei più grandi alpinisti della storia, in cui egli va pazientemente e metodicamente a ricercare il senso di un rapporto “mistico” con le montagne. Tra questi egli cita Whymper "perché era uno scrittore oggettivo, mai preda delle emozioni o portato all'esagerazione", e il piccolo gruppo di coloro che "sono riusciti a creare un fascino classico nella letteratura alpina vittoriana, con la stessa capacità di evitare il sentimentalismo", e questi sono Leslie Stephen, Freshfield e Tyndall. L'autore si dichiara, però, anche consapevole che "gli scalatori non sono tutti amanti delle montagne" come, ad esempio, Hereford George, che è incline a scusarsi di spendere tanto tempo in un'attività che gli sembra "indulgenza verso se stesso ", ma si consola tuttavia con la riflessione "che l'alpinismo deve tendere a rafforzare il carattere". Cita, poi, la grande guida Christian Klucker, per ammonire "la generazione più giovane" che "dovrebbe attenersi strettamente e fortemente alla regola che la concezione ideale dello scalare le montagne non deve essere soppiantata dallo sport e dalla rivalità competitiva".
Il punto di partenza, però, è in un'esperienza che, credo, sia conosciuta da molti "mountain lovers": "Innamorasi di un paesaggio può essere inconcepibile per chi non ha mai avuto una tale esperienza, ma per l'entusiastico amante dei luoghi la cosa è del tutto normale, poiché l'amore per luoghi e montagne è naturale quanto l'amore per una persona. L'amante di montagne sa che in una regione montuosa si sentirà subito a casa, come se avesse scoperto la propria patria spirituale. (...) Quando giungerà il momento di staccarsene, sarà preso da qualcosa di simile alla nostalgia: e dalla paura che il destino non gli permetta più di ritornare".
L'autore considera un peccato che molti, tra coloro che vogliono stabilire una dottrina ortodossa dell'alpinismo, siano spesso in disaccordo tra loro e segnala come perfino Mummery (considerato il fondatore dell'alpinismo moderno), si trovi in disaccordo con se stesso quando sostiene che l'alpinismo deve essere puro gioco, ma poi aggiunge che va riservato a coloro che egli considera "veri alpinisti", quelli cioè che hanno l'abitudine di tentare nuove ascensioni. Ammette, però, che "vi sono numerosi metodi di apprezzare le cime, e che nessuno deve escludere gli altri". Non ci deve essere, quindi, pretesa, da parte di nessuno, di razionalizzare anche il rapporto con le montagne, rinchiudendolo entro regole e definizioni. "Non sono soltanto gli atleti ad apprezzare le cime", anche il più modesto escursionista o il più sedentario ammiratore di panorami sono da considerare sullo stesso piano dello scalatore, perché possono essere in grado di sperimentare forme di illuminazione, attraverso le quali "la certezza è raggiunta in un sol prodigioso passo", senza bisogno di ragionamenti discorsivi. E paragona addirittura l'emozione provata dagli innamorati delle montagne a quella di grandi santi (come Giovanni della Croce o Francesco d'Assisi), emozione che "sconfina raramente nel sentimentalismo, perché i santi, di solito, hanno uno spiccato buon senso".
E' forse la prima volta che un libro sulle montagne, anziché raccontare imprese e trattarle "alla stregua di un trofeo sportivo", tenta di educare ad un atteggiamento corretto, quello dell'uomo buono "che trova terreno sacro in ogni luogo che calpesta". Se questo modo di accostarsi alla montagna fosse più diffuso, riflette Meade, "potrebbe prevenire oltraggi alla religione come deturpare la campagna con rifiuti, costruire ferrovie in montagna, erigere alberghi sulle vette, estendere in modo abnorme le città, distruggere le foreste, devastare le praterie, sterminare grossolanamente gli animali, nonché sostenere le mostruosità delle guerre".
C'è anche, però, un invito a riconoscere la capacità educativa della frequentazione delle montagne, scoperta, questa, ben nota a chi vi accompagna i bambini ed i giovani ed insegna loro a leggere i tanti segni che s'incontrano lungo i sentieri e negli ampi spazi; qualcosa che, addirittura, "può proteggere, l'amante della montagna, per quanto vecchio sia, dalla tirannia del tempo: è il forte senso della vita eterna e della irrilevanza della morte che le montagne possono ispirare così efficacemente in coloro che le amano".
Termino quest'invito a leggere "Alte montagne", ed a tenerlo sottomano, per scorrerne qualche pagina di tanto in tanto, con una considerazione dell'autore che mi sembra la sintesi più efficace del libro: "Proprio come gli amanti di montagne non sempre sono alpinisti, così gli alpinisti non sempre sono amanti di montagne. Non deve quindi sorprendere che alcuni tra i più vistosi exploit degli scalatori siano stati ispirati da motivi che non hanno niente a che fare con l'amore delle montagne.
Flaminio Benetti
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