| Reporter du Pays d'Aoste |
| 01/06/04 anno IV, nr.6, giugno 2004 |
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| La Picozza |
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La Casa Editrice Tararà nella sua collana "di monte in monte" pubblica la famosa lirica di Pascoli "La picozza" seguita da un lungo e dotto commento di Raffaella Castagnola Rossini
Riproponiamo il senso complessivo della poesia di Pascoli all'interno di un discorso mirante a focalizzare i caratteri piu' rilevanti del tema dell'ascensione che nella poesia ha trovato non pochi interpreti. La lirica vide la luce nel settembre del 1900 e chiaramente disegna un cammino simbolico con sporgenza autobiografica. Il monte è invisibile e indefinito, non collocato in coordinate geografiche. E l'ascensione che il poeta compie altro non è che il duro cimento della vita. L'ascensione sembra qui quasi come una purificazione ed un lavacro, un mettersi alla prova, come solo la montagna sa fare. Il linguaggio infatti registra continui introiti lessicali che rendono concreta questa fatica:erta, triboli, turbine, abissi e la stessa forma verbale ripetuta ascesi, danno l'idea non di una amena passeggiata ma di uno sforzo che attinge all'eroico e allo straordinario dell'uomo. Il paesaggio circostante si fa ostile, crudo. Prima di tutto lo scalatore è solitario, posto in uno spazio vuoto che è assenza dell'uomo e minacciosità della natura ("Ascesi il monte senza strepito / delle compagne grida"), in una simbiosi nella quale avverte il senso della propria fragilità e piccolezza davanti all'immensità del Tutto. Questa condizione di assenza umana, di una separarsi profondo e quasi di una incomprensione trattegiano il topos del viaggio, del cammino. La vetta della montagna solo apparentemente è vittoria e conquista perchè incombente è un senso di morte, di caducità e precarietà dell'impresa umana; la vetta è allora il termine del viaggio, della dura ascensione, ma anche l'abbandonarsi ad una cosmicità che trascende la vita umana. La vetta è una permanenza, un arrivo definitivo, un punto dal quale il poeta non anela più discendere: "Salgo e non salgo, no, per discendere, / per udir scrosi di mani simili / a ghiaia che frangano / io, io che sentii la valanga"; ecco allora la decisione definitiva, l'osmosi uomo - natura dove la montagna assimila l'uomo al suo corpo, alla sua sostanza. Non scendere quindi ma "...restare solo con le aquile, / ma per morire dove me placido / immerso nell'alga / vermiglia ritrovi chi salga". Andrebbe qui notato, ma solo fuggevolmente, come l'ascensione pascoliana, vissuta come purificazione e annientamento, si differenzi radicalmente dalla visione dannunziana della salita, a lui coeva, di conquista, possesso, dominio, ma anche dalla icona carducciana del poeta come forgiatore e plasmatore della natura ("il poeta è un grande artiere"). Siamo quindi in presenza di un controcanto pascoliano, che troverà più tardi echi nella visione decadente della montagna offertaci da Gozzano nella sua "La via del rifugio" (1907) e di qui come in una filiera in Giorgio Caproni ("Credevo di seguirne i passi / D'averlo quasi raggiunto. / Inciampai. / La strada / si perdeva fra i sassi") e in Andrea Zanzotto, ove la vetta è metafora del picco del vivere. |
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| Roberto Taioli |
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