| L'ALPE |
|
 |
| Il giardino della metafora |
 |
[...]
Sempre nel tardo medioevo, precisamente il 24 aprile 1336, Francesco Petrarca decide di salire il Mont Ventoux, l'altura che domina la Provenza. La sua Lettera del Ventoso è da taluni considerata il primo récit d'ascension della storia, anche se il Petrarca non aveva alcuna velleità alpinistica e il Mont Ventoux era già stato probabilmente salito anni prima dal filosofo francese Giovanni Buridano. Quello di Petrarca è un viaggio interiore, che utilizza la montagna come luogo privilegiato di meditazione e non certo come terreno di conquista. Non a caso, sulla vetta, il poeta si sofferma sulle parole di sant'Agostino:
<<"E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi flutti del mare e i larghi corsi dei fiumi e l'immensità dell'oceano e le rivoluzioni degli astri, ma trascurano sè stessi". Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello di non disturbarmi, richiusi il libro, irato con me stesso per l'ammirazione che tuttora dimostravo per le cose terrene.>>
Per Petrarca la montagna non rappresenta nulla in quanto tale, se non una porta socchiusa verso il sublime. E meno ancora rappresenterà per i teologi di scuola protestante che, nei secoli successivi, vi individueranno il lascito del diluvio universale. Scrive Gilbert Burnet tra il 1685 e il 1686:
<<... [queste montagne] non possono essere il prodotto originario dell'Autore della Natura, non possono essere altro che rovine del primo mondo... A cosa servono in fondo le montagne? Se si potessero sopprimere cosa perderebbe la natura se non un peso che grava inutilmente sulla Terra?>>.
[...] |
 |
| Enrico Camanni |
 |
| Copyright © L'ALPE |
 |