| La rassegna della letteratura italiana |
| 01/01/03 gennaio-giugno 2003, Anno 107°,serie IX, pp. 191-192 |
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La canzone «montanina» di Dante è, come si sa, uno de testi più misteriosi e criptici di Dante. Nella brillante prefazione Gorni scrive: «Certo, questo Dante montanino, che in alta Val d’Arno, affrancato da ogni idealità, non si dà più cura della città ‘ove nacque e vivette e morio la gentilissima donna’ (Vita nova 29 [XL] 1), è sconcertante. Non la tragedia dell’esilio, né la Comedia oltremondana hanno parte qui: la comica confessione, semmai, di un vecchio amante, che una donna rea e restia regge a suo piacere. Un Aristotele cavalcato da una prostituta, come vagheggiava la tradizione, figura dunque tra le rime di Dante? Un nuovo Virgilio nel Medioevo di cui si fa beffe una femmina bella e spregiudicata? […] Non ci si mette però il cuore in pace riguardo a questo amore eterodosso, e continuiamo a chiederci cosa è mai successo a Dante nel Casentino. Proprio ora che nel De vulgari eloquentia si era autopromosso “cantor rectitudinis”, in virtù delle sue ‘distese’ morali, torna a carteggiare in materia erotica con l’amico Cino, “cantor amoris” per eccellenza, senza darsi cura del decoro che si addice a un intellettuale maturo ed “exul immeritus”. E che il Dante lirico – con un’escursione che andava già dallo stile della loda alle ‘petrose’ – non è meno “trasmutabile per tutte guise” dell’autore della Comedia: inquieto sperimentatore anche al tempo della sgridata di Beatrice […], sorprende, tradisce il suo assunto e, alla lettera, spiazza il lettore. La poesia di Dante resta un’opera aperta, virtuale, mai definita una volta per tutte: con buona pace dell’esprit de système, dell’“alta fantasia” esigente ed esclusiva del poema assoluto» (pp. VII-VIII).
Il testo della canzone è quello fissato da Domenico De Robertis nella sua recentissima edizione nazionale delle rime di Dante, cortesemente anticipato; quello dell’epistola latina a Moroello Malaspina che la precede è stato migliorato dalla Allegretti in un luogo rispetto all’edizione Pistelli (avrebbe fatto forse comodo una paragrafazione del pur breve testo): suspirate per suspirare; in ossequio alla rubrica dell’unico testimone, il Vaticano Palatino lat. 1729, il nome del destinatario è l’equipollente Maroello invece del vulgato Moroello.
Ma il maggior merito della curatrice è sicuramente quello di aver corredato il testo dell’epistola e della canzone di un fittissimo commento, che ne rivela, al di là del motivo occasionale, il carattere letterario: Boezio, Lucano, Virgilio …; in particolare, la Allegretti osserva come nella montanina si è verificato l’incrocio «fra due tradizioni ben caratterizzate, quella lirica della pastorella transalpina e quella biblica (e esegetica) della teofania» (p. 51). La studiosa sottolinea la singolarità di questa canzone e dell’epistola che la accompagna; quest’ultima, lungi dall’essere un supporto per la spiegazione del componimento poetico, «diventa un racconto di cose strane, perché l’autore, invece di argomentare un commento deduttivo, chiuso ma dichiarato sufficiente agli intendenti, come aveva fatto per i passi più oscuri della Vita nova, racconta un’avventura montana, collocata in una dimensione eccezionale» (ibidem). Singolarmente la lingua della canzone si ricollega al Dante prestilnovistico, mentre il congedo è tipico delle rime del tempo dell’esilio. |
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| Antonio Lanza |
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