| Semicerchio |
| VIII, gennaio 2003, pp. 103-104 |
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In una sede solo apparentemente eccentrica (una collana interamente dedicata a testi di letteratura di montagna, tale da essere inaugurata dalla petrarchesca lettera sull’ascensione al Ventoso, e diretta da uno studioso di letteratura comparata come Michael Jakob coadiuvato da Maura Formica), compare questo denso libretto dedicato alla canzone Amor, da che convien pur ch'io mi doglia, altrimenti nota come la montanina («O montanina mia canzon, tu, vai», v. 76). Dovrebbe trattarsi dell’ultima poesia lirica composta da Dante, ormai esiliato, che vi racconta del suo postremo amore per una donna del Casentino («Così m’ha’ concio, Amore, in mezzo l’alpi», v. 61), creatura anti-Beatrice quanto più non si può, sbandeggiata dalla corte di Amore e tale da divenire nella rievocazione fatta da Boccaccio nel Trattatello, attento ad estrarre dal dato topografico valenze folkloriche e antropologiche, un’«alpigiana gozzuta» (la curatrice ha cura di ricordare le porquieras della tradizione occitanica, alle quali si possono a buon diritto affiancare le serranas del versante iberico). Fatto singolare (tanto da non trovare rispondenza nella tradizione manoscritta), anche laddove si tenga presente la propensione dantesca all'autocommento schiva tuttavia della commistione di gramatica e volgare, la poesia è 'dichiarata' in un'epistola latina (cui sono dedicate particolari cure) deputata ad accompagnarne l'invio al marchese Moroello Malaspina. L'ascesa al testo, retoricamente diffuso nei modi di un ritorno allo stilnovismo di un Dante che pure già aveva attraversato l'esperienza delle petrose (tanto da far pensare a Gorni a un testo arcaico rimesso in circolazione con l'aggiunta della tornada, ma si tratta forse di uno schermo di ironico distacco 'elegiaco' - D.V.E. I, i, 5 e 6 - culminante nell'esibita rusticitas montanina e che introdurrebbe scalarmente alla lettura 'comica' suggerita da Boccaccio?), si compie in due tempi. Dapprima per i sentieri di un fittissimo commento ad verbum, che vede la curatrice declinare uno spettro culturale molto vasto, dalle fonti volgari e latine di Dante (in particolare i riscontri ovidiani dai Tristia, poesie dall'esilio, potrebbero in definitiva spingerci all'accettazione della cronologia seriore del testo) alle riprese dei suoi epigoni (si chiamino questi anche Petrarca), perchè la memoria del lettore di poesia è fatalmente sincronica, anche quando si mette al servizio della diacronia necessaria allo storico della letteratura (alla lista degli epigoni soltanto aggiungeremo lo pseudo-dantesco Iacopo, i' fui ne le nevicate alpi per la rima con palpi). Quindi per le tappe di un 'commentario' disteso che svolgendosi per nuclei tematici (si segnalano in particolare le digressioni sul rapporto 'psicometereologico' tra folgore e visione, e la sottile contiguità tra gli excursus sulla catena d'amore e sul libero arbitrio), combina una dottrina consueta solo alle alte quote della più attendibile esegesi dantesca con una notevole qualità di scrittura, e offre insomma un accesso particolare alla dottrina del testo antico, nel segno di un 'saper leggere' fruibile anche oltre i confini della disciplina. Segnaliamo infine che il testo critico della canzone è anticipato dalla monumentale edizione delle Rime per cura di Domenico De Robertis, ora pubblicata (5 vol. Firenze, Le lettere, 2002).
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| Fabio Zinelli |
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