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Avvenire
04/04/10
Il Vangelo secondo Giuda
Nella vicenda di Giuda ci sono dettagli rispetto ai quali perfino Iacopo da Varazze, il grande agiografo del XIII secolo, si dimostra perplesso. Appellandosi alla discutibile autorità di un apocrifo, nella Legenda Aurea il buon vescovo dubita se il padre dell’apostolo traditore si chiamasse Ruben o Symon. Ciborea invece è il nome della madre, alla quale viene rivelata in sogno la natura malvagia del figlio ancora nascituro. Incapaci di sopprimere l’infante, i genitori lo affidano alle onde del mare, deponendolo in una cesta che finisce per incagliarsi sulle sponde dell’isola di Scarioth (tipico caso di etimologia ex post, quasi un gioco di parole per venire a capo dell’altrimenti inesplicabile 'Iscariota'). Entra in scena la regina di quel luogo remoto, una donna sterile che adotta il trovatello, lo cresce con amore, ma è tutto inutile, perché Giuda si porta il male dentro e lo dimostra uccidendo il figlio che, nel frattempo, la regina è riuscita a partorire. Ed è così che Giuda si ritrova bandito per la seconda volta, fugge a Gerusalemme, entra in combutta con Pilato e, per compiacerlo, ruba frutta dal giardino di Ruben, viene scoperto e ammazza anche il padre, di cui ignora l’identità. Pilato obbliga la vedova Ciborea a sposare l’assassino, che però non tarda a scoprire di essere incestuoso e parricida. A questo punto Giuda, inorridito, si unisce ai discepoli di Gesù, sperando di ottenere il perdono. Dopo di che, succede quello che sappiamo.
Nel riferire peripezie tanto intricate la Legenda Aurea dimostra una prudenza che può apparire insolita in un testo medievale: la storia sarebbe questa, suona il commento, ora sta a voi decidere se crederci oppure no. Forse Iacopo ignorava la vicenda di Edipo, ma senza dubbio aveva riconosciuto l’analogia tra Giuda e Mosè, il vero «salvato dalle acque». Qualcosa gli suonava strano, probabilmente, eppure questo mescolare trame e confondere prospettive gli appariva, in definitiva, l’unico modo per meditare sulla vicenda terribile dell’uomo che, pur essendosi tanto approssimato alla misericordia, aveva deciso da ultimo di rinnegarla con l’azione irrevocabile del tradimento. A Giuda non si arriva per via diretta, come accadrebbe se si marciasse in pianura. Di tutte le metamorfosi e di tutti i mascheramenti cui il personaggio si è sottoposto per ormai venti secoli, nessuno è più sorprendente di quello immaginato da Maurice Chappaz in questo Evangile selon Judas.
Non diversamente da quanto accade in altre celebri riscritture (si pensi alle «Tre versioni di Giuda» che Jorge Luis Borges incastona in Finzioni) tra il Messia e il traditore corre un legame fatale, che pare addirittura escludere gli altri discepoli. Per Chappaz i due si sono sfiorati ancora bambini durante la strage degli innocenti e ancora oggi continuano a frequentarsi. Giuda è diventato proprietario di un bar da qualche parte, su nelle Alpi e Gesù capita spesso da lui per bere il tè. Intanto tutto è accaduto e tutto continua ad accadere: l’agguato nell’Orto degli Ulivi, la Passione sul Calvario, la Risurrezione. Si tratta di una sincronia perfetta e necessaria, che si alimenta di ritorni vertiginosi, come quello di Giuda al fico che Gesù aveva maledetto e che ora si trasforma nella forca alla quale il rinnegato si appende (l’albero, osserva il poeta, è «l’altro predestinato di questa storia»).
Il lettore di Chappaz è abituato a questi accorciamenti improvvisi, sa che il Tibet può nascondersi in un angolo del Vallese e non si stupisce quando il corso del Rodano sfocia nel Giordano. Non potrebbe essere altrimenti, considerata la fede dell’autore in un cristianesimo terrestre e sotto certi aspetti ancestrale. Infatti, se soltanto la gente di montagna custodisce il segreto dell’umanità, Gesù non può essere che un montanaro. E Giuda, beh, Giuda è uno di quelli che non sono rimasti fedeli alla legge asciutta del sentiero, è uno che si è fermato, ha aperto bottega e adesso bada agli affari. Come scrive Chappaz in un passaggio folgorante, è «uno di quei contadini abbastanza religiosi da farsi benedire la pallottola con cui potrebbe uccidersi ». Però è pur sempre quello che il destino ha legato più di ogni altro al Signore, rimane un punto di contatto tra visibile e invisibile così come il miracolo è l’occasione in cui la trama del mondo finalmente si sdrucisce e lascia filtrare la sostanza luminosa di cui la creazione è intessuta.
È ancora Iacopo da Varazze a spiegare per quale motivo, del corpo devastato di Giuda, solamente la bocca sia rimasta intatta: il cappio ha punito la gola da cui sono uscite le parole del tradimento, le viscere che avevano covato il delitto sono state sparse al suolo, il cadavere è rimasto appeso nell’aria, che è la sede dei demoni, perché sia l’umanità della terra sia la divinità del cielo si sono rifiutate di accoglierla. La bocca, però, «aveva toccato il viso glorioso di Cristo», annota Iacopo, e per questo doveva essere preservata dalla rovina. Non a caso, anche Chappaz dedica pagine straordinarie al bacio di Giuda, contrapposto all’«altro bacio» in cui ha sede la grazia. Di nuovo una meditazione sul contatto, sull’avvicinamento e sulla lontananza, sull’arte silenziosa di chi cerca il varco che da questo porta all’altro versante, oltre la frontiera tra anima e corpo.

Maurice Chappaz
VANGELO SECONDO GIUDA
Tarara’ Edizioni, Verbania. Pagine 162. Euro 14.00
Alessandro Zaccuri
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