«Tutto quello che verrebbe da dire è già spiegato davanti agli occhi. Del resto, che cosa si è saliti fare? Si è lì, si guarda via; la felicità, quando c’è, è quella della strada percorsa o quella che si fantastica di fare». Difficile riassumere in una citazione Mi ricordo la rossa. Storie e luoghi dell’Alpe Devero, di Erminio Ferrari, pubblicato da Tararà Edizioni, in libreria da alcune settimane. Giornalista su queste colonne, scrittore, amante delle sue montagne, «cieco di un amore cieco» (per citare una delle sue voci del Devero, il Tonino Galmarini) che si consuma e alimenta ad occhi ben aperti, come dimostrano le belle fotografie che corredano il volume, l’autore accompagna il lettore in un viaggio fra cime e valli, a scoprire quei volti umani che, con la loro loro storia e le «loro fatiche», danno consistenza, senza plagiarla, a quel «mucchio di sassi» che altrimenti sarebbe ogni montagna. Il Devero, su al nord dell’Ossola, lungo il confine con il Vallese, viene raccontato da Ferrari attraverso un itinerario libero e personale fra passato e presente, fra i ricordi di ascese e discese intensamente vissute e le storie che negli anni, attingendo e riconsegnando con equità al suo profilo, si sono consumate sulla montagna. Storie di fame, di esplorazioni, di conquista, di contrabbando, di scelte estreme, di ribellione e di rivalsa e di morte, storie di fatiche da affrontare giorno per giorno senza perdersi in troppe domande. Nel suo percorso, infatti, Ferrari, forse per tratteggiarne o estrapolarne un’impossibile verità, raccoglie i racconti di chi il Devero lo ha vissuto con amore e coraggio per una vita intera, quando lavoro e fatica erano un’altra cosa da quella che intendiamo noi. Di quegli uomini che ne conoscono gli anfratti palmo a palmo e di quelle donne,«le donne sono sempre più forti», che hanno condiviso con loro una scelta, una condizione o un destino, con in più il privilegio e la pena di essere donne, e magari trovarsi a partorire dopo qualche chilometro a piedi «sul letto, con ancora su le scarpe».
Allo stesso tempo,però, l’autore lascia che il tragitto si confonda di ricordi e suggestioni personali. Un caos ordinato, ciclico, in un andare e venire nel tempo fra amici che c’erano e se ne sono andati. Fra cime lasciate e ritrovate, magari un po’ diverse, come il passo e i capelli di chi ritorna ad affrontarle con lo stesso rispetto. Fra riflessioni repentine, struggenti o ironiche o disilluse (specie nei confronti di un certo turismo odierno), ma mai patetiche, e naturalmente dovuti silenzi. |