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L'Indice
01/03/09
La scena delle alpi
La collana “di monte in monte”, che, sotto la direzione di Maura Formica e Michael Jakob, ha accolto negli anni opere sulla montagna di alcuni tra i maggiori autori della tradizione europea medievale (Dante e Petrarca) e moderna (da Shelley a Bécquer, da Walser a Auden), si arricchisce del cospicuo volume di prose narrative di Giuseppe Giacosa, finora rare e poco conosciute.
La raccolta, ben curata da Federica Veglia, comprende per intero la produzione narrativa edita dello scrittore, in gran parte coincidente con la serie di racconti inclusi nella terza edizione (1905) delle Novelle e paesi valdostani, in cui erano confluite anche due delle tre prose pubblicate da Giacosa in Genti e cose della montagna (1896). Accanto ai brani del 1905, riprodotti in base al testo di quell’edizione, Veglia ha recuperato altri scritti, ripristinando anche l’ordine originario delle due distinte raccolte: le diciotto Novelle e i tre racconti di Genti e cose. Dall’Archivio Giacosa di Colleretto sono inoltre emersi il manoscritto di un’incompiuta prefazione inedita alle novelle e la minuta di una lettera a Matilde Serao, pubblicati da Veglia rispettivamente all’inizio e nell’appendice finale del volume.
Come osserva la curatrice nel “commento” (più saggistico, in realtà, che esplicativo), il rapporto dell’autore con la montagna non è univoco: non coincide infatti né con l’entusiasmo dell’alpinista, né con il sentimento sublime del viaggiatore romantico. È piuttosto un mélange di entrambi gli atteggiamenti, arricchiti e precisati dall’ulteriore e più concreta inclinazione dell’uomo che conosce davvero la montagna e ne ricava sollecitazioni etiche prima che estetiche.

Del resto, per la borghesia intellettuale italiana tra il XIX e il XX secolo, il paesaggio alpino è stato soprattutto un luogo in cui temprare la condotta e dare consistenza all’impegno: ne sono degli illustri esempi La salita al Monviso di Quintino Sella, amico e corrispondente di Giacosa, già pubblicata (1998) nella medesima collana in cui vedono la luce le Novelle, o il più recente scritto di Massimo Mila su Cent’anni di alpinismo italiano (uscito in appendice a Storia dell’alpinismo di Claire Eliane Engel, Mondadori, 1969).

Se in Giacosa emerge di tanto in tanto il gusto del folklore (nella descrizione di certi usi, nelle scelte lessicali, negli indugi sulla geografia e la toponomastica alpina: elementi di cui forse le note del commento avrebbero potuto dare conto con maggiore sistematicità, sebbene il volume e la collana tutta si rivolgano inevitabilmente a intenditori di letteratura e di montagna), l’allure degli scritti è quasi sempre pienamente narrativa. L’intento non è quello di rendere una descrizione letteraria del paesaggio, ma di cogliere la “scena” che le Alpi offrono: “Quassù l’ambiente esercita un’influenza maggiore che non altrove. È impossibile separare l’uomo e la sua vita dal poco paese che lo circonda; questo è sempre presente e dominante” (così Giacosa in un articolo del 1880). Di qui, da questa dichiarazione di poetica discendono da un lato i ritratti dei molti memorabili personaggi che popolano le Novelle, dall’altro la stessa struttura dei racconti: un viaggio o un’escursione di montagna che si precisano spesso in un’inchiesta nella storia privata e sociale di individuate figure, come l’inquietante padrona della locanda in Miserere, il prete valdostano o Natale Lysbak, protagonisti eponimi di due novelle che per intensità meritano un posto tra gli esiti più felici della narrativa breve nell’Ottocento italiano.
Niccolò Scaffai
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