Il 24 aprile del 1336 Francesco Petrarca montò a cavallo e si trasferì da Avignone a Malaucène, di dove una strada tortuosa sale da Nord-Ovest su un ampio massiccio che si eleva coi suoi 1.910 metri sulla Valle del Ròdano e ha ai suoi piedi nomi di località come Carprentras e Vaucluse. Lo accompagnava il fratello Gherardo, un tipo più pacifico, destinato a diventar certosino, e un servo per ciascuno. Con lui sostò nel villaggio il giorno seguente e l'indomani intraprese la scalata, a cui pensava già da tempo ma che non aveva mai realizzato fino ad allora.
Ve lo spingeva la curiosità, anzi una duplice curiosità. Quella di molti turisti di sempre, di vedere un luogo famoso (per la sua altezza) e di ripetere l'impresa del vecchio re Filippo V di Macedonia, il quale, a detta di Tito Livio, scalò il Monte Emo in Tessaglia e di lassù scorse due mari, l'Adriatico a Ovest e il Mar Nero a Est. Il Vertoux si presentò certo, sassoso, quasi inaccessibile. Un pastore che la comitiva trovò in una valletta cercò di dissuaderli dall'impresa, da lui condotta a termine cinquant'anni prima con scarsa soddisfazione, fatica e rovina dei vestiti: da allora, che lui sapesse, più nessuno vi si era avventurato. (Invece risulta che Buridano scalò il Ventoso nel ventennio precedente.) Indicò, comunque, agli alpinisti, decisi a procedere, un sentiero e l'inseguì ancora con i suoi avvertimenti, mentre, dopo essersi alleggeriti del superfluo, scomparivano dietro una curva. Gherardo avanzava alacre e impavido senza sdegnare le scorciatoie anche più erte. Francesco faticava a tenergli dietro, cercava, allungando la strada, qualche pendio più dolce, qualche discesa. Così, mentre gli altri avevano già raggiunto le cime dei colli, lui errava ancora tra gli anfratti, si sedeva, rifletteva, pensava a Ovidio, traeva una morale; cominciava ad annoiarsi. Come Dio volle si trovò in vetta. L 'aria, finalmente era leggera, il panorama sconfinato, le nuvole sotto i piedi degli scalatori, le Alpi ghiacciate e innevate che un tempo Annibale attraversò audacemente e abilmente sembravano a portata di mano. Lo sguardo non giungeva ai Pirenei, ma si vedevano distintamente le alture del Lionese, in basso il corso del Rodano e, più in là, il mare di Marsiglia e delle Aigues Mortes.
L'anima ora ascendeva anch'essa e il pensiero andava a Sant'Agostino. Tratto dal sacco il libriccino delle Confessioni, il poeta le apre a caso e cosa vi legge? Un passo del secondo libro che diceva: «E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi flutti del mare e l'immensità dell'oceano, ma trascurano se stessi». A buon intenditore... Non rimaneva che raccogliere i bagagli e tornare indietro, meditando, mentre, tramontato il sole, già splendeva la luna; poi, rientrati in albergo, raccontare l'avventura in una lettera a un amico.
È ciò che Petrarca fa nella prima, famosissima epistola del quarto libro delle Familiari. Ma la storia e, soprattutto, il racconto, sono troppo petrarcheschi per non far sorgere qualche dubbio. Sarà tutto vero? O non sarà vero niente e tutto ciò è solo l'allegoria di un iter mentis, la descrizione figurata del travaglio dell'anima distratta, appesantita dalle passioni e dal secolo; desiderosa di elevarsi e purificarsi? L 'ascesa al Ventoso è di un Petrarca trentenne, la lettera probabilmente di parecchi anni dopo; verso il 1353 come sostenne Billanovich, acuto decifratore anche di questo documento di un turista esperto come pochi altri delle mappe e dei percorsi tortuosi dello spirito. Altro che Petrarca primo uomo moderno e primo alpinista, scopritore del paesaggio come volevano Burckhardt e Carducci, esclamano i curatori di una fresca edizioncina della lettera IV, I!
Questa è un'allegoria della vita umana o della conquista della beatitudine attraverso il dominio sugli appetiti; non il godimento della natura ma “l'esperienza del sublime”. Dice Petrarca a se stesso in queste pagine: “Ricordati che ciò che hai sperimentato oggi più volte nell’ascendere questo monte, è quel che avviene a te e a quanti si accostano alla vita beata”.
Un grande collega di Francesco nel poetare e nel camminare, Andrea Zanzotto, confessa anch'egli nella fine prefazione che preferiva, durante le sue scalate giovanili, lasciar procedere i compagni «nell'incertezza e nel mistero», prendere tragitti laterali per bisogno di solitudine e lasciarsi «permeare dal senso del Deus vivente nella natura e, probabilmente al di là di essa (per ciò che possiamo sapere)». |